Una fotografia in bianco e nero

In un tempo che risale più o meno a vent’anni fa, quando ero una giovane attrice milanese, già mi occupavo di seguire un gruppo di allieve che desideravano lavorare con il linguaggio teatrale. Il mio essere in scena quasi tutte le sere mi permetteva di condividere il mestiere, iniziato da poco, ma comunque ricchissimo di stimoli che il palcoscenico e i viaggi contribuivano a far crescere velocemente.

Mi affidarono un gruppo di circa dieci donne (la presenza solo al femminile era stata un caso)e scoprii in loro delle persone piene di entusiasmo, di grande serietà e passione. Posso dire che fu la mia prima vera esperienza professionale come insegnante di teatro e oggi sorrido al pensiero di queste persone che senza indugio si affidarono nelle mani di una ventenne appassionata. Il mio percorso di insegnante iniziò così in un paesino del comasco per poi continuare al Teatro Blu di Milano e in altri innumerevoli luoghi.

Fu proprio in questo primo corso, dove i soldi erano sempre troppo pochi, ma la causa troppo importante, che mi concedetti il lusso (abitudine poi che ho cercato di mantenere)di ricercare, di andare oltre gli esercizietti di tecnica teatrale da spiegare in un contesto non professionale, per onorare l’esperienza di vita di queste donne, per far parlare il Teatro, quello catartico, quello generoso, dove un corpo con il suo racconto racconta la storia di tutta l’umanità, racchiusa nella carne e nelle ossa di chi accetta di offrire se stesso sulla scena.

Oggi il panorama espressivo è cambiato di molto, non esiste, credo, ormai quasi più nessuno che non si esprima almeno tramite un social media. L’immagine è diventata protagonista, e la comunicazione avviene con un’incredibile velocità di creazione e fruizione del messaggio. Allora noi non volevamo parlare di noi, e soprattutto vedevamo l’arrivo sulla scena come una conquista sudata e un risultato solo per i meritevoli. La scena era un luogo di rispetto e di valore dove volevamo onorare la vita raccontandola nelle sue sfumature.

Così, quando mi sembrò che fossimo arrivate ad un buon livello di consapevolezza di sé, chiesi al gruppo di tornare alla lezione successiva con un abbigliamento particolare: ogni donna avrebbe dovuto scegliere un abito che la facesse “sentire a casa”, la facesse sentire se stessa. La decisione non doveva partire dalla testa ma dall’istinto, dal sentire.

In un’atmosfera strana, densa ed emozionata le vidi entrare con una luce in viso difficile da dimenticare. Tante donne insieme, senza il minimo accenno di competizione o giudizio. In particolare ricordo V. : si era vestita con una stoffa morbida proveniente da un paese africano. La stoffa la copriva dalla testa fino ai piedi. Si alzò e rimase ferma davanti a noi per lasciarsi guardare. Era incredibilmente a suo agio, l’abbigliamento scelto le calzava a pennello, la rendeva luminosa, sembrava una figura antica di una regina africana, uscita da una stampa in bianco e nero. Eppure non c’era alcuna ragione razionale che spiegasse il motivo per cui lei avesse scelto proprio quell’abbigliamento. Nata e cresciuta in Brianza, capelli scuri e occhi chiari, studentessa di scienze politiche e con un fidanzato italiano.

In quel preciso istante, attraverso l’esercizio, ci ritrovammo stupite, a sperimentare la presenza di una radice antica in ognuno di noi, una natura originaria, un sentire così profondo, un’identità potente, da lasciar emergere senza paura, per onorarci. In quel momento abbiamo “visto oltre”.

Grazie.

Ho raccontato questo episodio per farti entrare un po’ in quello che è il mio modo di vivere il teatro e l’arte. Continueremo la prossima settimana.

In questa ottica mi permetto di ricordarti ancora una volta lo stage del 17 settembre “Indosso me stessa” che ha dei punti in comune non indifferenti con il mio racconto di oggi. Se vuoi informazioni basta scrivere all’indirizzo indossomestessa@gmail.com

Lascia un commento