Comunque a casa

Questo mese ho avuto l’onore di vincere un bando nell’ambito della cooperazione internazionale con un progetto di viaggio Italia-Senegal come occasione per lavorare su stereotipi e pregiudizi che affliggono entrambi i Paesi quando si tratta di immaginarsi reciprocamente. Per chi mi segue e mi conosce un po’ sarà facile dedurre che il mio progetto si basa proprio su quei valori che racconto sempre a chi vuole partire con me: un viaggio non turistico, un viaggio dentro e fuori di noi dove confrontarci con noi stessi nell’incontro con una realtà che non possiamo immaginare. Un viaggio dove non usare la nostra verità come scudo per filtrare le informazioni che si macinano durante l’esperienza ma un’occasione per comprendere che non esiste un unico modello di vita “giusto”. Molti di noi già lo sanno, nonostante un’intera epoca in cui da occidentali ci siamo sentiti dire di essere l’unico vero modello degno di credito. In pochi però hanno potuto farne esperienza. E c’è una grande differenza.

Ma perché vi racconto tutto ciò? Perché il successo del mio progetto non si è tradotto in una concreta partecipazione da parte mia. In pratica non potrò essere io a seguire il mio progetto. Il motivo è che non ho un background migratorio.

Questa motivazione è arrivata dritta come una freccia, come qualcosa di perentorio e di assolutamente incontestabile. In effetti se mi guardo intorno e do uno sguardo al passato niente fa di me concretamente una migrante. Vivo nella terra dei miei antenati, comunque non ho attraversato il mare, mi trovo, comunque, a casa.

Ma ecco che mi viene spontaneo chiedermi: ma allora cosa sono io quando, insieme a tantissime altre persone come me, tutti i giorni lavoro per riunire dentro di me terre lontane nel dialogo di un matrimonio interculturale?

Cosa siamo quando scegliamo di nutrire la nostra spiritualità seguendo una via che non è quella dei nostri antenati?

Cosa siamo quando parliamo più lingue nella nostra casa, nei nostri armadi abbiamo vestiti regalati da paesi lontani dove abitano le nonne dei nostri figli?

La risposta che mi viene diretta e spontanea è: nella nostra quotidianità siamo migranti.

E allora come non riconoscere quello “stato” di migrante che caratterizza tutte le persone ferite dall’incontro con il nuovo, dal diverso, che hanno partorito con dolore un figlio che chiede il permesso di vivere in una casa che è comunque casa sua?

Perché la condizione per essere migranti a mio avviso, è proprio la ferita, senza la quale siamo solo turisti in visita.

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