E’ di pochi giorni fa la notizia che parteciperò alla Giornata del Volontariato dedicata ai giovani, organizzata da Regione Lombardia, che avrà luogo martedi 5 dicembre a Milano. Parteciperò come attrice per conto del Piccolo Teatro Pratico (www.piccoloteatropratico.it)e il mio compito sarà quello di raccontare ai ragazzi, in pochi minuti, la storia di una realtà di volontariato, attraverso il mezzo teatrale. Un racconto emozionale potremmo definirlo.
Le realtà che verranno presentate sono molteplici così come gli attori presenti e sono stata proprio io a chiedere che mi venisse affidata la presentazione della mission di Progetto Arca (www.progettoarca.org).
Forse perché mentre Mariella Pappalardo ce la presentava le sue parole erano particolarmente toccanti o forse perché già di per sé il tipo di progetto mi appartiene particolarmente, sta di fatto che al momento della scelta non ho avuto dubbi. E così mi sono accordata con Fabio, un volontario storico e gli ho chiesto di poterlo intervistare.
Come sempre succede le cose non accadono per caso e nel raccontarmi di sé e di ciò che lo ha spinto a diventare volontario Arca, in realtà Fabio stava parlando anche di me.
Fabio mi ha raccontato del suo lavoro in strada, mi ha raccontato dei tunnel della Stazione Centrale di Milano che di notte diventano dei veri e propri dormitori e mi ha raccontato di quando è stato alla frontiera di Siret in Romania per accogliere gli sfollati Ucraini. Poi nel parlarmi della sua esperienza in Turchia, di quando si sono recati lì per portare aiuti in seguito al recente terremoto, mi ha detto:
“in mezzo a quella devastazione le persone che raggiungevamo con gli aiuti ci ringraziavano continuamente, erano quasi loro a consolare noi e davanti all’impotenza erano loro a darci la forza“.
L’ho percepito incredulo, emozionato.
Avrei voluto dirgli che conoscevo bene quello che stava provando, che anche io ne ho fatto esperienza e per me quella realtà ha un nome, nella mia storia si chiama Senegal ma anche Islam, ma probabilmente si chiama anche Italia, ma quella di molti anni fa. E’ una storia fatta di povertà ma di una ricchezza umana e spirituale che sembra essere inversamente proporzionale a quella economica.
Fabio conclude l’intervista insistendo molto su un punto: l’aiuto concreto è solo una parte, seppur importante, di un aiuto più grande, quello basato sulla presenza, sull’ascolto, e soprattutto sulla reciprocità.
“Ogni volta che un senzatetto contraccambia il mio saluto chiamandomi per nome mi sento gratificato“
Ancora una volta queste parole ci insegnano che ad aiutarsi si è sempre in due, bisogna solo essere in grado di riconoscerlo.
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