Nonostante qualche problemino tecnico a causa di una connessione “ballerina” (in tema con la diretta), l’intervista ad Edvige del 28 marzo è stata interessante ed emozionante.
Nel terminare sono rimasta con il desiderio di approfondire: raccontando il Sabar sono emersi infatti molti spunti di riflessione intorno all’ambiente della danza africana. Dai risvolti personali così unici che caratterizzano la storia di ognuno di noi all’interno di un’esperienza condivisa, ai numerosi elementi culturali.
Perché l’incontro con l’Altro sia effettivamente un dialogo è necessario che entrambe le parti conoscano (anche se non per forza sono tenuti a condividere) il codice di comportamenti, valori, simboli reciproci. E questo vale anche quando ci avviciniamo a un’espressione artistica come la danza Sabar: caratterizzata da un incontro molto giovane a livello temporale unisce spesso musicisti e maestri senegalesi e ballerine italiane. Porta dunque con sé due mondi ma il fatto che avvenga in Italia spesso ci porta a sottovalutare la distanza culturale e di significato che le parti mettono in gioco. E questo è un rischio per la comprensione del gioco, soprattutto se l’incontro esce poi dalla sala prove ed entra nell’intimità, nella quotidianità.
E’ necessario onorare chi siamo per incontrare autenticamente l’Altro, per imparare a conoscerlo, senza che l’incontro diventi un modo per appiccicarci addosso la nostra interpretazione arbitraria del diverso, nata da un nostro bisogno, da un nostro vuoto.
Ecco qui l’intervista per chi se la fosse persa. Scrivetemi, per me è importante un rimando : bettinellialice@gmail.com
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