Proprio ieri ero a Torino in Università per seguire uno spettacolo da tavolo di Claudio Montagna sul valore del teatro in carcere. Lo spettacolo si concentra sulla relazione, durante un laboratorio, tra il regista e un detenuto del carcere di alta sicurezza: la relazione è il motore che fa crescere i due protagonisti.
Nello spettacolo si nota subito come la figura del regista in carcere si discosti da tutte le altre figure professionali: educatori, secondini, direttore ecc… Egli ha un occhio e un approccio molto diverso perché quello che cerca nei detenuti non è un ritorno ad una predefinita normalità ma la possibilità di scoprirne la loro poesia, la loro bellezza, affidando questa ricerca alla dimensione del teatro. L’artista non ha l’obiettivo di curare ma di condividere in uno spazio sacro.
Non c’è un colpevole e non c’è un santo, ci sono parti di noi a cui possiamo rivolgerci, a cui decidiamo o meno di dare dignità.
Si comprende chiaramente che il sistema carcerario (ma per esperienza mi sento di dire anche il sistema scuola ad esempio)pone dei chiari confini, fisici attraverso cancelli, ma anche umani, che nessuno si prende la responsabilità di superare.
L’espressione che va per la maggiore: non mi prendo la responsabilità.
Il regista della storia decide (o forse non ne può fare a meno) di non fermarsi dietro alle formalità protettive ma scende in profondità dando fiducia alla verità (presunta o reale) dei detenuti: si ferisce, si feriscono, emozionano. Vanno oltre la colpa, oltre il giudizio, incontro all’umano.
Perché questo è il ruolo dell’artista.
A che prezzo? Se qualcosa andasse storto tutto ricadrebbe sulle sue spalle. Niente rete di salvataggio, ha forzato i confini, è uscito dalla zona di sicurezza: cosa potrebbe accadere! Che il laboratorio di teatro venga annullato, fino a beccarsi una denuncia. Non doveva svegliare il “can che dorme”. Lasci che i detenuti stiano tranquilli con gli psicofarmaci.
E ancora, a che prezzo? Il compenso economico viene dato in base ad ore, risultati, tutto il resto è invisibile: che l’artista metta il suo cuore nelle mani dei detenuti e viceversa non è un criterio considerato per calcolare il costo reale del laboratorio. Che il regista decida di non fermarsi davanti al confine della convenienza e del quieto vivere è un problema suo.
Ma l’artista per definizione non può fermarsi.
E con un triplo salto mortale arrivo alla conclusione della mia giornata di ieri: ho incontrato un piccolo gruppo di persone che desiderano partire per il Senegal con me. Perché questa connessione?
Nessuna domanda da parte loro durante la mia presentazione solo ascolto, emozione, fiato sospeso, empatia. Riconoscimento di un viaggio che esce di molto dalla zona di comfort. Arrivati a me per una scelta reciproca consapevole e profonda.
“Accompagni viaggiatori in Senegal” è rischioso, e se ti creano problemi? Ma chi te lo fa fare?
L’approccio è lo stesso del regista e della sua scelta di fare teatro con i detenuti: ma chi glielo fa fare?
Perché superare quei confini? Non sarebbe più comodo affittare una casa sul mare e raccontare quanto è bella la danza africana(secondo gli standard europei)? Non sarebbe più comodo andare a visitare i luoghi turistici indossando le lenti acquistate al grande mercato della nostra società?
Se non c’è ferita allora non c’è incontro. Il resto è la violenza di un mondo che nasconde tutto ciò che fa paura (come la delinquenza, la malattia, la povertà ad esempio) relegandoli in un ambiente asettico e disinfettato.
Il gruppo di viaggiatori con cui ho condiviso la presentazione del mio viaggio ieri sera racconta un’altra storia. Parla di un’umanità viva e coraggiosa. Mi fa dire ancora: ne vale la pena.
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