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  • Verso la luna piena

    A una settimana dall’inizio della rubrica “Dalla voce alla luce” si è mosso tantissimo fuori, e soprattutto dentro di me. Ogni video girato, programmato e pubblicato porta in primis me a fare un po’ più di chiarezza rispetto a dove sto andando, a qual è la direzione del percorso.

    Fondamentali sono le interazioni con chi mi sta seguendo: i commenti nel gruppo di WhatsApp in particolare mi stanno accompagnando dentro un bel viaggio condiviso e rinnovo l’invito a tutti a partecipare!

    Ed ora questo viaggio si fa sempre più denso e rarefatto allo stesso tempo: puntiamo dritti verso la luna piena. Giorno dopo giorno proporrò contenuti che vibrano sempre un po’ più in alto, e vanno sempre un po’ più nel profondo dei cuori di chi ascolta e nel mio, per poi riscendere verso la terra dopo la metà del mese con argomenti più concreti e quotidiani, fino ad aprirci al buio della luna nuova.

    So che per la maggior parte di voi questo è un periodo particolarmente importante dal punto di vista spirituale, che spesso però patisce la frenesia e il caos del mondo, paradossalmente in maniera maggiore di altri momenti non altrettanto importanti. La mia rubrica punta ad offrire uno spazio di raccoglimento.

    Ci sono stati tempi e luoghi, a differenza di oggi, in cui agli artisti era riconosciuto esplicitamente il compito di “curare” la società attraverso il loro servizio: reinterpretare e comprendere il mondo, camminare insieme nella nostra umanità ritagliandosi spazi di bellezza.

    Nel corso del mio lavoro mi è stato sempre più chiaro che i bisogni di chi mi contatta sono fondamentalmente riconducibili a questo: potersi esprimere armoniosamente, trovare la strada della propria voce, ritrovare una dimensione di libertà bambina, e nel fare questo molti di essi spargono nella mia sala prove perle preziosissime di cui loro per primi sono spesso inconsapevoli. Da questi incontri esce sempre più con chiarezza quanta poesia timida e nascosta esiste nella quotidianità. E questa è un’evidenza che vorrei portare a tutti quelli che anelano al cambiamento, al nuovo, riprendendo il mio ruolo originario di “artista, curatrice di anime”.

  • Pronti a partire!

    Ci siamo! Domani inizierà la rubrica che ci accompagnerà per tutto il mese lunare.

    A partire dal tramonto di domani inizierò questo viaggio con chi vorrà seguirmi. Un video al giorno per transitare dalla voce…alla luce!!!

    👉un programma ricco, talmente denso che non lo confezionerò tutto a priori ma lascerò che siano le interazioni con voi a guidarmi. E’ infatti un’occasione per metterci in dialogo: e questo è un appello a tutti!

    A chi mi conosce da sempre ed assiste al mio svelamento: chiudete gli occhi e ascoltate la mia voce, fate spazio nel vostro cuore alla novità, evitando facili semplificazioni. La cosa più difficile che mi ha bloccata e rallentata maggiormente è stata riuscire a liberarmi e rispedire al mittente i preconcetti e i filtri nei quali certi pregiudizi mi hanno congelata. Nel processo di cambiamento, è paradossalmente la paura di chi già ti conosce a trascinarti come in una valanga nella direzione che gli altri immaginano per te. Il bisogno di dare una definizione semplice dell’altro è davvero forte! E’ difficile stare a guardare concedendo il nuovo, inteso come: pezzi di contenuti noti ma incollati insieme in una forma originale. Perché nel processo umano 2+2 non fa 4, ma di sicuro fa 5, a volte 6 o 7.

    E questa è in realtà una delle definizioni più belle di cultura: la cultura è creativa!

    “Essa consiste nella creazione di nuovi significati che modificano il nostro modo di intendere le cose, rappresentare il mondo o, come nel caso delle invenzioni in senso stretto (la ceramica, la scrittura ecc..)di manipolare e modificare il mondo naturale e sociale circostante. (…) Il successo della creatività, nella cultura, sta nel dire parole, immaginare situazioni o inventare cose che si allontanano da ciò che una cultura già conosce, ma che non diventino per questo irriconoscibili o inutilizzabili dai componenti della società nella quale tale creatività di manifesta” (U. Fabietti).

    Ai nuovi amici invece dico: non vedo l’ora di scoprire le nuove direzioni dove mi porterà lo scambio con voi.

    👉pubblicherò su facebook, su instagram e su tiktok. Per i non amanti dei social: dal sondaggio ha vinto il gruppo whatsapp perciò su richiesta inserirò nel gruppo chi vorrà seguirmi da lì.

    Parola d’ordine: dialogare, commentare!!
    Aiutatemi ad essere utile!

  • Ti va di aiutarmi?

    Avete notato in questi mesi uno sforzo particolare da parte mia nel raccontare e nel raccontarmi? 

    Per chi mi conosce da tempo è sicuramente apparso evidente un mio cambiamento, un modo nuovo di propormi anche esteriormente che è in realtà solo la punta dell’iceberg della mia rinascita nella persona che sono oggi. Nel profondo sono sempre la stessa, ma più libera, e la libertà di essere se stessi ha un sapore così dolce! Così sto facendo ordine in quella grande quantità di materiale depositata dentro di me, che è il frutto di un percorso di anni e che finalmente è pronta per avere una forma chiara e matura.

    Per raccontare tutto questo e dargli il giusto valore artistico, il giusto spessore, per allontanare il rischio delle semplificazioni ma soprattutto per condividere, ho creato una Rubrica che si chiama “Dalla voce alla Luce” che sarà pubblicata sui miei canali social (instagram, facebook e tiktok) a partire dal nuovo mese lunare che dovrebbe iniziare il 14 dicembre. La rubrica sarà composta da 29 o 30 appuntamenti (in base al ciclo lunare), della durata di due minuti circa ciascuno.

    Durante questi brevi interventi vi parlerò di me e degli ingredienti fondamentali che caratterizzano la mia ricerca artistica, dall’incontro con il suono che mi ha cambiato la vita, fino ad arrivare al concetto di luce. Una rubrica che andrà in crescendo come la luna per poi andare piano piano ad aprirsi. Questi appuntamenti non vogliono essere dei monologhi solitari ma delle occasioni capaci di stimolare un dialogo: sono pronta a condividere ciò che ho appreso e a svelare quello che i viaggi dentro e fuori di me mi hanno regalato in questi anni, senza la pretesa di dire delle verità assolute, spostando sempre un po’ il punto di vista più ovvio per provare ad avere nuove prospettive, comode e scomode.

    Però, perché ci sia un dialogo è fondamentale essere in due. Vi sto quindi invitando a dialogare con me.

    Mi piacerebbe moltissimo che mi rispondeste con una reazione, un pensiero o una domanda. So che non tutti voi che mi state leggendo avete l’abitudine di usare i social ma questa è l’occasione per farlo nel modo migliore possibile: avere un contatto reale e provare a crescere insieme. Non confezionerò a priori tutti gli incontri: vorrei che alcuni appuntamenti rimanessero aperti per rispondere alle esigenze di chi vorrà porre domande o spunti di riflessione. Potrete creare uno scambio con preziosi commenti direttamente sotto i miei post o, se preferite rimanere nel privato, potete scrivere sempre al mio indirizzo email: alicebettinellistaff@gmail.com

    Sto anche valutando di creare un gruppo telegram o whatsapp dove condividere i link degli incontri per facilitare tutti, voi cosa preferireste?

    Questa nuova piccola ma grandissima impresa sta per iniziare, ci accompagnerà in un periodo che per molti è di vacanza. Quale momento migliore per aprirsi a nuova luce?

    Vi aspetto, con curiosità e affetto.

  • Mi chiamo Fabio e sono un volontario Arca

    E’ di pochi giorni fa la notizia che parteciperò alla Giornata del Volontariato dedicata ai giovani, organizzata da Regione Lombardia, che avrà luogo martedi 5 dicembre a Milano. Parteciperò come attrice per conto del Piccolo Teatro Pratico (www.piccoloteatropratico.it)e il mio compito sarà quello di raccontare ai ragazzi, in pochi minuti, la storia di una realtà di volontariato, attraverso il mezzo teatrale. Un racconto emozionale potremmo definirlo.

    Le realtà che verranno presentate sono molteplici così come gli attori presenti e sono stata proprio io a chiedere che mi venisse affidata la presentazione della mission di Progetto Arca (www.progettoarca.org).

    Forse perché mentre Mariella Pappalardo ce la presentava le sue parole erano particolarmente toccanti o forse perché già di per sé il tipo di progetto mi appartiene particolarmente, sta di fatto che al momento della scelta non ho avuto dubbi. E così mi sono accordata con Fabio, un volontario storico e gli ho chiesto di poterlo intervistare.

    Come sempre succede le cose non accadono per caso e nel raccontarmi di sé e di ciò che lo ha spinto a diventare volontario Arca, in realtà Fabio stava parlando anche di me.

    Fabio mi ha raccontato del suo lavoro in strada, mi ha raccontato dei tunnel della Stazione Centrale di Milano che di notte diventano dei veri e propri dormitori e mi ha raccontato di quando è stato alla frontiera di Siret in Romania per accogliere gli sfollati Ucraini. Poi nel parlarmi della sua esperienza in Turchia, di quando si sono recati lì per portare aiuti in seguito al recente terremoto, mi ha detto:

    in mezzo a quella devastazione le persone che raggiungevamo con gli aiuti ci ringraziavano continuamente, erano quasi loro a consolare noi e davanti all’impotenza erano loro a darci la forza“.

    L’ho percepito incredulo, emozionato.

    Avrei voluto dirgli che conoscevo bene quello che stava provando, che anche io ne ho fatto esperienza e per me quella realtà ha un nome, nella mia storia si chiama Senegal ma anche Islam, ma probabilmente si chiama anche Italia, ma quella di molti anni fa. E’ una storia fatta di povertà ma di una ricchezza umana e spirituale che sembra essere inversamente proporzionale a quella economica.

    Fabio conclude l’intervista insistendo molto su un punto: l’aiuto concreto è solo una parte, seppur importante, di un aiuto più grande, quello basato sulla presenza, sull’ascolto, e soprattutto sulla reciprocità.

    Ogni volta che un senzatetto contraccambia il mio saluto chiamandomi per nome mi sento gratificato

    Ancora una volta queste parole ci insegnano che ad aiutarsi si è sempre in due, bisogna solo essere in grado di riconoscerlo.

  • Comunque a casa

    Questo mese ho avuto l’onore di vincere un bando nell’ambito della cooperazione internazionale con un progetto di viaggio Italia-Senegal come occasione per lavorare su stereotipi e pregiudizi che affliggono entrambi i Paesi quando si tratta di immaginarsi reciprocamente. Per chi mi segue e mi conosce un po’ sarà facile dedurre che il mio progetto si basa proprio su quei valori che racconto sempre a chi vuole partire con me: un viaggio non turistico, un viaggio dentro e fuori di noi dove confrontarci con noi stessi nell’incontro con una realtà che non possiamo immaginare. Un viaggio dove non usare la nostra verità come scudo per filtrare le informazioni che si macinano durante l’esperienza ma un’occasione per comprendere che non esiste un unico modello di vita “giusto”. Molti di noi già lo sanno, nonostante un’intera epoca in cui da occidentali ci siamo sentiti dire di essere l’unico vero modello degno di credito. In pochi però hanno potuto farne esperienza. E c’è una grande differenza.

    Ma perché vi racconto tutto ciò? Perché il successo del mio progetto non si è tradotto in una concreta partecipazione da parte mia. In pratica non potrò essere io a seguire il mio progetto. Il motivo è che non ho un background migratorio.

    Questa motivazione è arrivata dritta come una freccia, come qualcosa di perentorio e di assolutamente incontestabile. In effetti se mi guardo intorno e do uno sguardo al passato niente fa di me concretamente una migrante. Vivo nella terra dei miei antenati, comunque non ho attraversato il mare, mi trovo, comunque, a casa.

    Ma ecco che mi viene spontaneo chiedermi: ma allora cosa sono io quando, insieme a tantissime altre persone come me, tutti i giorni lavoro per riunire dentro di me terre lontane nel dialogo di un matrimonio interculturale?

    Cosa siamo quando scegliamo di nutrire la nostra spiritualità seguendo una via che non è quella dei nostri antenati?

    Cosa siamo quando parliamo più lingue nella nostra casa, nei nostri armadi abbiamo vestiti regalati da paesi lontani dove abitano le nonne dei nostri figli?

    La risposta che mi viene diretta e spontanea è: nella nostra quotidianità siamo migranti.

    E allora come non riconoscere quello “stato” di migrante che caratterizza tutte le persone ferite dall’incontro con il nuovo, dal diverso, che hanno partorito con dolore un figlio che chiede il permesso di vivere in una casa che è comunque casa sua?

    Perché la condizione per essere migranti a mio avviso, è proprio la ferita, senza la quale siamo solo turisti in visita.

  • Il caos la stella danzante e i canti in via Prudenziana

    Una stella di suo non danza. Immaginate per un attimo di vederne una che lo fa, come suggerisce Nietzsche : vogliamo scommettere sulle vostre reazioni? Stupore, meraviglia, gioia, paura, sospetto. E quante altre? Come sempre accade davanti a qualcosa di autenticamente nuovo. Sconosciuto. Complesso. Inaspettato.

    Il 4 novembre si canta e questa è la nostra stella danzante. Si canta a Como in via Prudenziana 17. L’appuntamento è alle 9.30 ed è aperto a tutte le donne che vogliano ascoltare le nostre prove e che desiderino anche scoprire una possibilità di far parte del coro.

    Il canto, il coro femminile, la nostra ricerca vocale, ecco la prima punta della stella.

    Arrivati all’indirizzo bisogna suonare il campanello a Eskenosen o a CouLture Migrante.

    Ed ecco la seconda punta.

    Sì, cosa c’entrano queste due realtà con il nostro canto? Eskenosen, termine greco che rimanda al concetto di accoglienza, è una realtà che insieme a Caritas si occupa di ospitalità, letteralmente dal Vangelo di Giovanni “e venne ad abitare tra noi” ovvero “si fece tenda per noi”. CouLture Migrante invece è una sartoria sociale, nata da un progetto che ha preso vita nel Settembre 2018 attraverso l’attivazione di un corso di formazione in ambito sartoriale che ha attivamente coinvolto 18 migranti richiedenti asilo. Queste due realtà apparentemente non hanno alcun legame con il nostro cantare. Eppure per chi conosce la mia di realtà, traquerciaebaobab, la connessione apparirà chiara: chi ci ospita rappresenta appieno una delle punte della mia stella, quella legata alla parte di migrante ormai fatta mia, non solo tramite mio marito.

    Nota bene! I nostri canti sono per lo più tratti dalla tradizione popolare italiana, e anche questa è una punta della stella danzante!

    E la sala dove canteremo? C’è una chiesetta all’interno degli spazi condivisi, legata all’ Istituto secolare Figlie di S. Angela Merici, Compagnia di S. Orsola che a sua volta aprì le porte alle due realtà di cui sopra e che sabato prossimo ospiterà la nostra prova.

    Ed ecco un’altra punta della stella danzante: onorerò questo spazio sacro da musulmana.

    Difficile? Complesso? Quasi un gioco di scatole cinesi, una dentro l’altra. E tutte parti di uno stesso pacchetto, inaspettatamente insieme.

    Quante altre composizioni originali e sfaccettate ci porterà il nuovo? Quante ne esistono già nelle persone intorno a noi che vanno molto oltre la narrazione semplificata dei mass media? Mi tengo salda, mi affido, lascio che le mie parti autentiche si mischino da sole e il risultato andrà ben oltre l’immaginazione, perché il nuovo di per sé è qualcosa che prima non esisteva.

    Se vuoi ulteriori info sulla prova scrivimi a alicebettinellistaff@gmail.com, ti aspetto!

  • Le due direzioni del viaggio

    Viaggio di andata verso il Senegal

    Tra le possibilità di esperienza e formazione proposte dalla mia realtà artistica “traquerciaebaobab” c’è anche il viaggio in Senegal che ogni anno apro a un gruppo scelto di viaggiatori che desiderano scoprire questo Paese in una modalità non prettamente turistica.

    Si parte per incontrare un mondo completamente nuovo, alloggiando in una o più case di famiglie del posto, mettendosi in ascolto di quello che l’incontro con una realtà così diversa muove in noi.

    Ma anche viaggio di andata verso l’Italia…

    Con il tempo ho realizzato che non ci sono viaggi di andata e viaggi di ritorno ma sempre viaggi di sola andata. Perché anche quando si torna a casa, si torna comunque in un posto che non è più quello di prima, dove se anche il “fuori” non è cambiato, il nostro “dentro” sicuramente sì.

    Per me il Senegal è un “di là” che è diventato anche una parte autentica del mio “di qua”. A febbraio 2023, al ritorno dal mio ultimo viaggio raccontavo e pubblicavo queste parole:

    Italia – Arriva puntualmente il momento in cui ci dividiamo. La corsia dei passaporti europei e l’altra. Se un attimo prima eravamo tutti uguali ora i nostri documenti hanno la meglio e decidono chi passerà senza controllo e chi no. Prendo il mio Passaporto Reale e passo.

    Poi il bagno dell’aeroporto per mettermi le calze, tolgo dalle scarpe dei piedi che non sembrano miei, li osservo di un colore strano, sembravano normali sopra quintali di sabbia ma mi rendo conto solo ora di quanto il loro colore marrone stoni con il bianco luccicante delle piastrelle. E ancora il water senza doccino per lavarsi, fino a un attimo fa così normale per un musulmano, così casa, certo sì, qui di Islam neanche l’ombra.

    E poi il mio vestito lungo, così mio, che però qui parla di un altrove eppure anche qui c’è un pezzo di casa autentico.

    Al di là delle porte dell’aeroporto il freddo mi penetra nel corpo, sotto la pelle, e fa male come se non l’avessi mai sentito prima. A fatica raggiungo il mio letto: c’è un silenzio irreale, questa terra anziana sembra morta mentre “di là” il suono non accenna un momento a tacere e nella notte l’aria brulica di preghiere e attività e siamo sempre trentenni forti, operosi e guardiamo al futuro.” (i miei diari di viaggio)

    ( Puoi trovare qui l’articolo completo che racconta del viaggio: http://traquerciaebaobab.com/2023/02/27/senegal-spunti-di-viaggio/)

    Tra le varie possibilità di crescita che offre un viaggio c’è questa grande opportunità: fare esperienza di qualcosa che può essere conosciuto solo con il corpo. Nessun racconto, nessuno studio, anche se fondamentali per comprendere a livello razionale, potranno mai sostituirsi al lavoro dei cinque sensi.

    E così quando due giorni fa è arrivato in Italia Pape, il mio figlioccio di 19 anni, quella parte di me che ha sperimentato e vissuto si è accesa e si è incontrata con lui in un terreno comune. Ho riconosciuto il suo senso di straniamento di fronte al silenzio delle strade, di fronte alle infinite varietà di formaggi al supermercato. Ho riconosciuto la sua voglia di imparare subito ad usare la forchetta ed il coltello come anche io ho fatto quando si è trattato di mangiare con le mani. Ho riconosciuto il suo non dormire dopo ore di viaggio per non perdersi nemmeno un centimetro di strada nel tragitto in auto dall’aeroporto a casa, gli occhi fissi tutto intorno per osservare, incamerare quelle nuove immagini, quella nuova luce, quel nuovo mondo.

    Non è sempre stato così, al ritorno dei miei primi veri viaggi la mia esperienza era sicuramente più filtrata dalle certezze del mio mondo interiore, l’Altro aveva autenticamente poco spazio dentro di me. Non è stato facile imparare a mettermi da parte, smettere di guardare l’Altro secondo i miei bisogni, ma questa è la vera opportunità che il viaggio ci offre: tornare feriti, sanguinanti, di un sangue che scorre, che è vita, perché lì dove siamo stati feriti dalla potenza del diverso inizierà un processo in cui la ferita potrà trasformarsi in una luminosa feritoia da cui avere un’ulteriore visione del mondo.

    …Non c’è viaggio senza prezzo da pagare e non solo quello del biglietto!

    Per avere informazioni sul mio prossimo viaggio in Senegal scrivi a : alicebettinellistaff@gmail.com

  • A A A Voce femminile cercasi

    E’ stata una sera forse di primavera quando si sono presentate da me: avevano gli occhi sorridenti e profondi, pieni di curiosità e speranza di poter fare qualcosa di bello ed emozionante, sì, una di quelle cose che si sceglie di fare facendosi spazio tra le corse della quotidianità, che hanno il sapore di coccola, ma anche di scoperta, senza una precisa aspettativa ma sapendo che è qualcosa per cui vale la pena esserci. Ricordo che portarono un alito di freschezza nella mia sala, ricordo il cerchio che si creò per intonare insieme, ricordo quando se ne andarono tutte insieme a piedi nel buio della sera ormai inoltrata.

    Sì, decisamente stava per iniziare qualcosa di speciale.

    E così è stato. Abbiamo macinato molti venerdi sera cantando insieme: per lo più musica popolare, storie da raccontare in musica, con la voce come solo strumento. Un piccolo coro, di otto persone, otto donne in ricerca.

    Tra voci che si imparano a conoscere, ognuna con il suo colore e personalità, tra paure degli acuti, testi da imparare e ritmi da rispettare, voci che si stancano, diaframmi che si bloccano…voci che fioriscono, lacrime di gioia…e quegli occhi della prima volta, che non sono cambiati mai.

    Passo dopo passo ci siamo portate a casa molte lezioni di vita. Una di queste è che la musica è la grande e unica protagonista delle serate: nessuna di noi altre vorrebbe prendere il suo posto. La musica ci guida, lei che ci ha insegnato a stare in ascolto di noi stesse, di chi canta con noi, del pubblico. La musica ci mette alla prova, lei che ci ha insegnato ad essere umili, per scomparire dietro al nostro racconto sonoro, che con amore offriamo. Perché per cantare bene insieme dobbiamo intonare le voci e i cuori e indirizzarli tutti nella stessa direzione.

    Oggi siamo pronte a raccontare di noi, ad aprirci e così voglio invitarti: se le mie parole ti sono arrivate allora scrivimi. Il coro delle donne ti vuole con sé. Regalatelo. Vieni a sentirci un venerdi sera, canta con noi. Ti stiamo aspettando, non essere timida, vieni a condividere. Sarà molto semplice capire se quello è il posto giusto per te, basterà provare insieme una volta. E so che qui ci sono tante anime belle che stanno già pensando…quanto mi piacerebbe partecipare!

    Scrivi per dettagli a alicebettinellistaff@gmail.com

  • Bocche chiuse e respiri corti

    Fai un video della parte superiore del tuo corpo mentre leggi qualcosa ad alta voce ed osserva attentamente la bocca, la mandibola, il collo e il petto. Se la sensazione visiva è quella di un blocco unico, chiuso, se il petto si alza quando respiri e la voce sembra cadere a un passo da te, invece di volare lontana verso l’infinito allora non c’è dubbio: hai bisogno di imparare ad aprire il tuo strumento e di coordinarlo con la respirazione.

    La bocca ed il respiro sono due elementi davvero importantissimi quando parliamo che non impariamo ad usare! Anzi, spesso siamo talmente distanti dall’uso consapevole di questi due strumenti che ci si rivoltano contro. Perché per farci sentire dagli altri finisce che sforziamo, spingiamo la voce a partire dalla gola (e tutta la muscolatura collegata) con il risultato di stancare la voce, aumentare insicurezza e stress che a loro volta vanno a pesare proprio su bocca e respiro. La mandibola si serra ancora di più, il respiro si accorcia, pensiamo di non essere “portati” nelle discipline che coinvolgono la voce o di avere dei difetti congeniti. Capita a volte di perdere la voce, una condizione frustrante che ci tocca nel profondo, che può diventare un ostacolo nella gestione della vita di tutti i giorni.

    Molte volte non c’è un problema serio, anzi forse c’è, ma non è legato al nostro corpo: è il fatto che non ci sia nella nostra società un’educazione alla parola; il parlare segue il ritmo frenetico del nostro vivere quotidiano, diamo per scontato che parlare sia qualcosa di naturale e quindi non diamo la giusta importanza a tutte le implicazioni fisiche ed emotive. Parlare in effetti è qualcosa di naturale ma se il contesto è “malato” allora è fondamentale non farsi trascinare.

    Quando le persone mi chiedono un aiuto, la prima parte del lavoro che facciamo insieme è “semplicemente” un lavoro di decostruzione. Andiamo cioè piano piano a scoprire tutti i meccanismi di troppo che interferiscono e che ci siamo cuciti addosso ma non sono utili, anzi. Partiamo dall’osservazione semplice di ciò che avviene nel corpo, nel cuore e nella mente quando utilizziamo la parola. Proviamo a trovare una risposta che sia una regola generale ma soprattutto che sia adatta all’unicità di quella persona. Perché ognuno di noi non è una scatola vuota ma si porta dietro un bagaglio di esperienze, abitudini, paure che sono inevitabilmente coinvolte nella ricerca del nostro percorso vocale.

    Come possiamo lavorare insieme?

    Per prendere consapevolezza ci vuole davvero poco. Possiamo lavorare in gruppo o individualmente, online o di persona. A seconda della modalità, cambiano anche le priorità.

    Nel lavoro online la priorità è data a:

    • approfondimento del proprio bagaglio emotivo
    • come entrare in empatia con un testo
    • cantilene, difetti di pronuncia, osservazione della propria musicalità nel parlato
    • elementi base di tecnica per una lettura consapevole

    Nel lavoro in presenza la priorità è data a:

    • percezione del proprio corpo
    • presenza scenica
    • gestione della voce e del respiro

    Quali corsi puoi seguire?

    Già disponibili ci sono i pacchetti di lettura espressiva online o in presenza: modulo base(5 incontri), secondo modulo (6 incontri), modulo tecnico (5 incontri) a seconda del tuo livello e dei tuoi bisogni.

    Sono sempre disponibile per i percorsi individuali sulla voce da personalizzare.

    Per avere più informazioni scrivimi a alicebettinellistaff@gmail.com

  • Il cucinare di mio marito e la tua casa-teatro.

    Il cucinare di mio marito è una forma di racconto. Questo è il motivo per cui non mi è sembrato strano inserirlo tra le mie attività artistiche. Ha a che fare con il piacere di immergersi in una storia sconosciuta, senza riuscire ad immaginare quale sarà il finale, ma con la curiosità di scoprirlo per esserne sorpresi!

    IL PROGETTO

    Modou e la sua amica Fatou cucinano insieme per piccoli gruppi di persone, per amici, famiglie, per te, direttamente a casa tua o in uno spazio scelto, e raccontano passo dopo passo come nascono e cosa rappresentano per la loro cultura i piatti che cucinano. Per loro è molto più di un cucinare, è condividere un’esperienza, è provare a trasmettere quel gusto che ha pervaso le loro cellule da quando erano piccoli, quel nutrimento che ha strutturato le loro ossa e i loro pensieri, quegli ingredienti di cui ignoriamo l’esistenza perché la “nostra” terra non li produce.

    Diverso è quando cucinano per loro stessi, allora lì la storia la si conosce già, e anche l’energia che si mette nell’azione, si mangia per il bisogno di ritrovare qualcosa di famigliare, per lasciare che il corpo si abbandoni ad un completo relax, perché è il corpo stesso che lo richiede e conosce il racconto nei minimi dettagli.

    Tutto il processo che riguarda invece la “messa in scena” dei loro piatti è impregnato della voglia di raccontare una storia quasi impossibile da sentire se non in contesti preziosi come in questo progetto: dalla manualità alle tempistiche, dall’utilizzo di materiali per la cucina e degli spazi, che culmina poi nella realizzazione del menu. Anche le posate e la disposizione dei piatti sono diversi. Per non parlare delle parole che sceglieranno per raccontarsi!

    Quanti punti in comune ci sono all’esperienza che si fa quando si va a vedere uno spettacolo teatrale? E alla fine…si possono intervistare gli artisti!!

    Cosa serve:

    La cucina di casa tua. Una stanza di casa tua. Puoi decidere di mangiare e basta insieme ad un gruppo di amici oppure di partecipare alla cucina durante il pomeriggio. Puoi decidere di fare domande oppure goderti il viaggio in silenzio. Puoi decidere anche…il menu! I tuoi spazi diventeranno per un giorno teatro: mettiamo in scena la cucina senegalese nella tua casa-teatro. Scegli tu quando: per una serata speciale, una festa, per una serata qualunque che vuoi rendere speciale. E come a teatro non sarà mai una volta uguale all’altra, a seconda dello spazio, del pubblico, delle stagioni…fuori dal Senegal questo rito si intreccia inevitabilmente con le caratteristiche del posto ospitante, creando un evento unico ed irripetibile, il figlio dell’incontro tra due mondi.

    Scrivimi per organizzare: alicebettinellistaff@gmail.com