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  • Comunque a casa

    Questo mese ho avuto l’onore di vincere un bando nell’ambito della cooperazione internazionale con un progetto di viaggio Italia-Senegal come occasione per lavorare su stereotipi e pregiudizi che affliggono entrambi i Paesi quando si tratta di immaginarsi reciprocamente. Per chi mi segue e mi conosce un po’ sarà facile dedurre che il mio progetto si basa proprio su quei valori che racconto sempre a chi vuole partire con me: un viaggio non turistico, un viaggio dentro e fuori di noi dove confrontarci con noi stessi nell’incontro con una realtà che non possiamo immaginare. Un viaggio dove non usare la nostra verità come scudo per filtrare le informazioni che si macinano durante l’esperienza ma un’occasione per comprendere che non esiste un unico modello di vita “giusto”. Molti di noi già lo sanno, nonostante un’intera epoca in cui da occidentali ci siamo sentiti dire di essere l’unico vero modello degno di credito. In pochi però hanno potuto farne esperienza. E c’è una grande differenza.

    Ma perché vi racconto tutto ciò? Perché il successo del mio progetto non si è tradotto in una concreta partecipazione da parte mia. In pratica non potrò essere io a seguire il mio progetto. Il motivo è che non ho un background migratorio.

    Questa motivazione è arrivata dritta come una freccia, come qualcosa di perentorio e di assolutamente incontestabile. In effetti se mi guardo intorno e do uno sguardo al passato niente fa di me concretamente una migrante. Vivo nella terra dei miei antenati, comunque non ho attraversato il mare, mi trovo, comunque, a casa.

    Ma ecco che mi viene spontaneo chiedermi: ma allora cosa sono io quando, insieme a tantissime altre persone come me, tutti i giorni lavoro per riunire dentro di me terre lontane nel dialogo di un matrimonio interculturale?

    Cosa siamo quando scegliamo di nutrire la nostra spiritualità seguendo una via che non è quella dei nostri antenati?

    Cosa siamo quando parliamo più lingue nella nostra casa, nei nostri armadi abbiamo vestiti regalati da paesi lontani dove abitano le nonne dei nostri figli?

    La risposta che mi viene diretta e spontanea è: nella nostra quotidianità siamo migranti.

    E allora come non riconoscere quello “stato” di migrante che caratterizza tutte le persone ferite dall’incontro con il nuovo, dal diverso, che hanno partorito con dolore un figlio che chiede il permesso di vivere in una casa che è comunque casa sua?

    Perché la condizione per essere migranti a mio avviso, è proprio la ferita, senza la quale siamo solo turisti in visita.

  • Il caos la stella danzante e i canti in via Prudenziana

    Una stella di suo non danza. Immaginate per un attimo di vederne una che lo fa, come suggerisce Nietzsche : vogliamo scommettere sulle vostre reazioni? Stupore, meraviglia, gioia, paura, sospetto. E quante altre? Come sempre accade davanti a qualcosa di autenticamente nuovo. Sconosciuto. Complesso. Inaspettato.

    Il 4 novembre si canta e questa è la nostra stella danzante. Si canta a Como in via Prudenziana 17. L’appuntamento è alle 9.30 ed è aperto a tutte le donne che vogliano ascoltare le nostre prove e che desiderino anche scoprire una possibilità di far parte del coro.

    Il canto, il coro femminile, la nostra ricerca vocale, ecco la prima punta della stella.

    Arrivati all’indirizzo bisogna suonare il campanello a Eskenosen o a CouLture Migrante.

    Ed ecco la seconda punta.

    Sì, cosa c’entrano queste due realtà con il nostro canto? Eskenosen, termine greco che rimanda al concetto di accoglienza, è una realtà che insieme a Caritas si occupa di ospitalità, letteralmente dal Vangelo di Giovanni “e venne ad abitare tra noi” ovvero “si fece tenda per noi”. CouLture Migrante invece è una sartoria sociale, nata da un progetto che ha preso vita nel Settembre 2018 attraverso l’attivazione di un corso di formazione in ambito sartoriale che ha attivamente coinvolto 18 migranti richiedenti asilo. Queste due realtà apparentemente non hanno alcun legame con il nostro cantare. Eppure per chi conosce la mia di realtà, traquerciaebaobab, la connessione apparirà chiara: chi ci ospita rappresenta appieno una delle punte della mia stella, quella legata alla parte di migrante ormai fatta mia, non solo tramite mio marito.

    Nota bene! I nostri canti sono per lo più tratti dalla tradizione popolare italiana, e anche questa è una punta della stella danzante!

    E la sala dove canteremo? C’è una chiesetta all’interno degli spazi condivisi, legata all’ Istituto secolare Figlie di S. Angela Merici, Compagnia di S. Orsola che a sua volta aprì le porte alle due realtà di cui sopra e che sabato prossimo ospiterà la nostra prova.

    Ed ecco un’altra punta della stella danzante: onorerò questo spazio sacro da musulmana.

    Difficile? Complesso? Quasi un gioco di scatole cinesi, una dentro l’altra. E tutte parti di uno stesso pacchetto, inaspettatamente insieme.

    Quante altre composizioni originali e sfaccettate ci porterà il nuovo? Quante ne esistono già nelle persone intorno a noi che vanno molto oltre la narrazione semplificata dei mass media? Mi tengo salda, mi affido, lascio che le mie parti autentiche si mischino da sole e il risultato andrà ben oltre l’immaginazione, perché il nuovo di per sé è qualcosa che prima non esisteva.

    Se vuoi ulteriori info sulla prova scrivimi a alicebettinellistaff@gmail.com, ti aspetto!

  • Le due direzioni del viaggio

    Viaggio di andata verso il Senegal

    Tra le possibilità di esperienza e formazione proposte dalla mia realtà artistica “traquerciaebaobab” c’è anche il viaggio in Senegal che ogni anno apro a un gruppo scelto di viaggiatori che desiderano scoprire questo Paese in una modalità non prettamente turistica.

    Si parte per incontrare un mondo completamente nuovo, alloggiando in una o più case di famiglie del posto, mettendosi in ascolto di quello che l’incontro con una realtà così diversa muove in noi.

    Ma anche viaggio di andata verso l’Italia…

    Con il tempo ho realizzato che non ci sono viaggi di andata e viaggi di ritorno ma sempre viaggi di sola andata. Perché anche quando si torna a casa, si torna comunque in un posto che non è più quello di prima, dove se anche il “fuori” non è cambiato, il nostro “dentro” sicuramente sì.

    Per me il Senegal è un “di là” che è diventato anche una parte autentica del mio “di qua”. A febbraio 2023, al ritorno dal mio ultimo viaggio raccontavo e pubblicavo queste parole:

    Italia – Arriva puntualmente il momento in cui ci dividiamo. La corsia dei passaporti europei e l’altra. Se un attimo prima eravamo tutti uguali ora i nostri documenti hanno la meglio e decidono chi passerà senza controllo e chi no. Prendo il mio Passaporto Reale e passo.

    Poi il bagno dell’aeroporto per mettermi le calze, tolgo dalle scarpe dei piedi che non sembrano miei, li osservo di un colore strano, sembravano normali sopra quintali di sabbia ma mi rendo conto solo ora di quanto il loro colore marrone stoni con il bianco luccicante delle piastrelle. E ancora il water senza doccino per lavarsi, fino a un attimo fa così normale per un musulmano, così casa, certo sì, qui di Islam neanche l’ombra.

    E poi il mio vestito lungo, così mio, che però qui parla di un altrove eppure anche qui c’è un pezzo di casa autentico.

    Al di là delle porte dell’aeroporto il freddo mi penetra nel corpo, sotto la pelle, e fa male come se non l’avessi mai sentito prima. A fatica raggiungo il mio letto: c’è un silenzio irreale, questa terra anziana sembra morta mentre “di là” il suono non accenna un momento a tacere e nella notte l’aria brulica di preghiere e attività e siamo sempre trentenni forti, operosi e guardiamo al futuro.” (i miei diari di viaggio)

    ( Puoi trovare qui l’articolo completo che racconta del viaggio: http://traquerciaebaobab.com/2023/02/27/senegal-spunti-di-viaggio/)

    Tra le varie possibilità di crescita che offre un viaggio c’è questa grande opportunità: fare esperienza di qualcosa che può essere conosciuto solo con il corpo. Nessun racconto, nessuno studio, anche se fondamentali per comprendere a livello razionale, potranno mai sostituirsi al lavoro dei cinque sensi.

    E così quando due giorni fa è arrivato in Italia Pape, il mio figlioccio di 19 anni, quella parte di me che ha sperimentato e vissuto si è accesa e si è incontrata con lui in un terreno comune. Ho riconosciuto il suo senso di straniamento di fronte al silenzio delle strade, di fronte alle infinite varietà di formaggi al supermercato. Ho riconosciuto la sua voglia di imparare subito ad usare la forchetta ed il coltello come anche io ho fatto quando si è trattato di mangiare con le mani. Ho riconosciuto il suo non dormire dopo ore di viaggio per non perdersi nemmeno un centimetro di strada nel tragitto in auto dall’aeroporto a casa, gli occhi fissi tutto intorno per osservare, incamerare quelle nuove immagini, quella nuova luce, quel nuovo mondo.

    Non è sempre stato così, al ritorno dei miei primi veri viaggi la mia esperienza era sicuramente più filtrata dalle certezze del mio mondo interiore, l’Altro aveva autenticamente poco spazio dentro di me. Non è stato facile imparare a mettermi da parte, smettere di guardare l’Altro secondo i miei bisogni, ma questa è la vera opportunità che il viaggio ci offre: tornare feriti, sanguinanti, di un sangue che scorre, che è vita, perché lì dove siamo stati feriti dalla potenza del diverso inizierà un processo in cui la ferita potrà trasformarsi in una luminosa feritoia da cui avere un’ulteriore visione del mondo.

    …Non c’è viaggio senza prezzo da pagare e non solo quello del biglietto!

    Per avere informazioni sul mio prossimo viaggio in Senegal scrivi a : alicebettinellistaff@gmail.com

  • A A A Voce femminile cercasi

    E’ stata una sera forse di primavera quando si sono presentate da me: avevano gli occhi sorridenti e profondi, pieni di curiosità e speranza di poter fare qualcosa di bello ed emozionante, sì, una di quelle cose che si sceglie di fare facendosi spazio tra le corse della quotidianità, che hanno il sapore di coccola, ma anche di scoperta, senza una precisa aspettativa ma sapendo che è qualcosa per cui vale la pena esserci. Ricordo che portarono un alito di freschezza nella mia sala, ricordo il cerchio che si creò per intonare insieme, ricordo quando se ne andarono tutte insieme a piedi nel buio della sera ormai inoltrata.

    Sì, decisamente stava per iniziare qualcosa di speciale.

    E così è stato. Abbiamo macinato molti venerdi sera cantando insieme: per lo più musica popolare, storie da raccontare in musica, con la voce come solo strumento. Un piccolo coro, di otto persone, otto donne in ricerca.

    Tra voci che si imparano a conoscere, ognuna con il suo colore e personalità, tra paure degli acuti, testi da imparare e ritmi da rispettare, voci che si stancano, diaframmi che si bloccano…voci che fioriscono, lacrime di gioia…e quegli occhi della prima volta, che non sono cambiati mai.

    Passo dopo passo ci siamo portate a casa molte lezioni di vita. Una di queste è che la musica è la grande e unica protagonista delle serate: nessuna di noi altre vorrebbe prendere il suo posto. La musica ci guida, lei che ci ha insegnato a stare in ascolto di noi stesse, di chi canta con noi, del pubblico. La musica ci mette alla prova, lei che ci ha insegnato ad essere umili, per scomparire dietro al nostro racconto sonoro, che con amore offriamo. Perché per cantare bene insieme dobbiamo intonare le voci e i cuori e indirizzarli tutti nella stessa direzione.

    Oggi siamo pronte a raccontare di noi, ad aprirci e così voglio invitarti: se le mie parole ti sono arrivate allora scrivimi. Il coro delle donne ti vuole con sé. Regalatelo. Vieni a sentirci un venerdi sera, canta con noi. Ti stiamo aspettando, non essere timida, vieni a condividere. Sarà molto semplice capire se quello è il posto giusto per te, basterà provare insieme una volta. E so che qui ci sono tante anime belle che stanno già pensando…quanto mi piacerebbe partecipare!

    Scrivi per dettagli a alicebettinellistaff@gmail.com

  • Bocche chiuse e respiri corti

    Fai un video della parte superiore del tuo corpo mentre leggi qualcosa ad alta voce ed osserva attentamente la bocca, la mandibola, il collo e il petto. Se la sensazione visiva è quella di un blocco unico, chiuso, se il petto si alza quando respiri e la voce sembra cadere a un passo da te, invece di volare lontana verso l’infinito allora non c’è dubbio: hai bisogno di imparare ad aprire il tuo strumento e di coordinarlo con la respirazione.

    La bocca ed il respiro sono due elementi davvero importantissimi quando parliamo che non impariamo ad usare! Anzi, spesso siamo talmente distanti dall’uso consapevole di questi due strumenti che ci si rivoltano contro. Perché per farci sentire dagli altri finisce che sforziamo, spingiamo la voce a partire dalla gola (e tutta la muscolatura collegata) con il risultato di stancare la voce, aumentare insicurezza e stress che a loro volta vanno a pesare proprio su bocca e respiro. La mandibola si serra ancora di più, il respiro si accorcia, pensiamo di non essere “portati” nelle discipline che coinvolgono la voce o di avere dei difetti congeniti. Capita a volte di perdere la voce, una condizione frustrante che ci tocca nel profondo, che può diventare un ostacolo nella gestione della vita di tutti i giorni.

    Molte volte non c’è un problema serio, anzi forse c’è, ma non è legato al nostro corpo: è il fatto che non ci sia nella nostra società un’educazione alla parola; il parlare segue il ritmo frenetico del nostro vivere quotidiano, diamo per scontato che parlare sia qualcosa di naturale e quindi non diamo la giusta importanza a tutte le implicazioni fisiche ed emotive. Parlare in effetti è qualcosa di naturale ma se il contesto è “malato” allora è fondamentale non farsi trascinare.

    Quando le persone mi chiedono un aiuto, la prima parte del lavoro che facciamo insieme è “semplicemente” un lavoro di decostruzione. Andiamo cioè piano piano a scoprire tutti i meccanismi di troppo che interferiscono e che ci siamo cuciti addosso ma non sono utili, anzi. Partiamo dall’osservazione semplice di ciò che avviene nel corpo, nel cuore e nella mente quando utilizziamo la parola. Proviamo a trovare una risposta che sia una regola generale ma soprattutto che sia adatta all’unicità di quella persona. Perché ognuno di noi non è una scatola vuota ma si porta dietro un bagaglio di esperienze, abitudini, paure che sono inevitabilmente coinvolte nella ricerca del nostro percorso vocale.

    Come possiamo lavorare insieme?

    Per prendere consapevolezza ci vuole davvero poco. Possiamo lavorare in gruppo o individualmente, online o di persona. A seconda della modalità, cambiano anche le priorità.

    Nel lavoro online la priorità è data a:

    • approfondimento del proprio bagaglio emotivo
    • come entrare in empatia con un testo
    • cantilene, difetti di pronuncia, osservazione della propria musicalità nel parlato
    • elementi base di tecnica per una lettura consapevole

    Nel lavoro in presenza la priorità è data a:

    • percezione del proprio corpo
    • presenza scenica
    • gestione della voce e del respiro

    Quali corsi puoi seguire?

    Già disponibili ci sono i pacchetti di lettura espressiva online o in presenza: modulo base(5 incontri), secondo modulo (6 incontri), modulo tecnico (5 incontri) a seconda del tuo livello e dei tuoi bisogni.

    Sono sempre disponibile per i percorsi individuali sulla voce da personalizzare.

    Per avere più informazioni scrivimi a alicebettinellistaff@gmail.com

  • Il cucinare di mio marito e la tua casa-teatro.

    Il cucinare di mio marito è una forma di racconto. Questo è il motivo per cui non mi è sembrato strano inserirlo tra le mie attività artistiche. Ha a che fare con il piacere di immergersi in una storia sconosciuta, senza riuscire ad immaginare quale sarà il finale, ma con la curiosità di scoprirlo per esserne sorpresi!

    IL PROGETTO

    Modou e la sua amica Fatou cucinano insieme per piccoli gruppi di persone, per amici, famiglie, per te, direttamente a casa tua o in uno spazio scelto, e raccontano passo dopo passo come nascono e cosa rappresentano per la loro cultura i piatti che cucinano. Per loro è molto più di un cucinare, è condividere un’esperienza, è provare a trasmettere quel gusto che ha pervaso le loro cellule da quando erano piccoli, quel nutrimento che ha strutturato le loro ossa e i loro pensieri, quegli ingredienti di cui ignoriamo l’esistenza perché la “nostra” terra non li produce.

    Diverso è quando cucinano per loro stessi, allora lì la storia la si conosce già, e anche l’energia che si mette nell’azione, si mangia per il bisogno di ritrovare qualcosa di famigliare, per lasciare che il corpo si abbandoni ad un completo relax, perché è il corpo stesso che lo richiede e conosce il racconto nei minimi dettagli.

    Tutto il processo che riguarda invece la “messa in scena” dei loro piatti è impregnato della voglia di raccontare una storia quasi impossibile da sentire se non in contesti preziosi come in questo progetto: dalla manualità alle tempistiche, dall’utilizzo di materiali per la cucina e degli spazi, che culmina poi nella realizzazione del menu. Anche le posate e la disposizione dei piatti sono diversi. Per non parlare delle parole che sceglieranno per raccontarsi!

    Quanti punti in comune ci sono all’esperienza che si fa quando si va a vedere uno spettacolo teatrale? E alla fine…si possono intervistare gli artisti!!

    Cosa serve:

    La cucina di casa tua. Una stanza di casa tua. Puoi decidere di mangiare e basta insieme ad un gruppo di amici oppure di partecipare alla cucina durante il pomeriggio. Puoi decidere di fare domande oppure goderti il viaggio in silenzio. Puoi decidere anche…il menu! I tuoi spazi diventeranno per un giorno teatro: mettiamo in scena la cucina senegalese nella tua casa-teatro. Scegli tu quando: per una serata speciale, una festa, per una serata qualunque che vuoi rendere speciale. E come a teatro non sarà mai una volta uguale all’altra, a seconda dello spazio, del pubblico, delle stagioni…fuori dal Senegal questo rito si intreccia inevitabilmente con le caratteristiche del posto ospitante, creando un evento unico ed irripetibile, il figlio dell’incontro tra due mondi.

    Scrivimi per organizzare: alicebettinellistaff@gmail.com

  • Una fotografia in bianco e nero

    In un tempo che risale più o meno a vent’anni fa, quando ero una giovane attrice milanese, già mi occupavo di seguire un gruppo di allieve che desideravano lavorare con il linguaggio teatrale. Il mio essere in scena quasi tutte le sere mi permetteva di condividere il mestiere, iniziato da poco, ma comunque ricchissimo di stimoli che il palcoscenico e i viaggi contribuivano a far crescere velocemente.

    Mi affidarono un gruppo di circa dieci donne (la presenza solo al femminile era stata un caso)e scoprii in loro delle persone piene di entusiasmo, di grande serietà e passione. Posso dire che fu la mia prima vera esperienza professionale come insegnante di teatro e oggi sorrido al pensiero di queste persone che senza indugio si affidarono nelle mani di una ventenne appassionata. Il mio percorso di insegnante iniziò così in un paesino del comasco per poi continuare al Teatro Blu di Milano e in altri innumerevoli luoghi.

    Fu proprio in questo primo corso, dove i soldi erano sempre troppo pochi, ma la causa troppo importante, che mi concedetti il lusso (abitudine poi che ho cercato di mantenere)di ricercare, di andare oltre gli esercizietti di tecnica teatrale da spiegare in un contesto non professionale, per onorare l’esperienza di vita di queste donne, per far parlare il Teatro, quello catartico, quello generoso, dove un corpo con il suo racconto racconta la storia di tutta l’umanità, racchiusa nella carne e nelle ossa di chi accetta di offrire se stesso sulla scena.

    Oggi il panorama espressivo è cambiato di molto, non esiste, credo, ormai quasi più nessuno che non si esprima almeno tramite un social media. L’immagine è diventata protagonista, e la comunicazione avviene con un’incredibile velocità di creazione e fruizione del messaggio. Allora noi non volevamo parlare di noi, e soprattutto vedevamo l’arrivo sulla scena come una conquista sudata e un risultato solo per i meritevoli. La scena era un luogo di rispetto e di valore dove volevamo onorare la vita raccontandola nelle sue sfumature.

    Così, quando mi sembrò che fossimo arrivate ad un buon livello di consapevolezza di sé, chiesi al gruppo di tornare alla lezione successiva con un abbigliamento particolare: ogni donna avrebbe dovuto scegliere un abito che la facesse “sentire a casa”, la facesse sentire se stessa. La decisione non doveva partire dalla testa ma dall’istinto, dal sentire.

    In un’atmosfera strana, densa ed emozionata le vidi entrare con una luce in viso difficile da dimenticare. Tante donne insieme, senza il minimo accenno di competizione o giudizio. In particolare ricordo V. : si era vestita con una stoffa morbida proveniente da un paese africano. La stoffa la copriva dalla testa fino ai piedi. Si alzò e rimase ferma davanti a noi per lasciarsi guardare. Era incredibilmente a suo agio, l’abbigliamento scelto le calzava a pennello, la rendeva luminosa, sembrava una figura antica di una regina africana, uscita da una stampa in bianco e nero. Eppure non c’era alcuna ragione razionale che spiegasse il motivo per cui lei avesse scelto proprio quell’abbigliamento. Nata e cresciuta in Brianza, capelli scuri e occhi chiari, studentessa di scienze politiche e con un fidanzato italiano.

    In quel preciso istante, attraverso l’esercizio, ci ritrovammo stupite, a sperimentare la presenza di una radice antica in ognuno di noi, una natura originaria, un sentire così profondo, un’identità potente, da lasciar emergere senza paura, per onorarci. In quel momento abbiamo “visto oltre”.

    Grazie.

    Ho raccontato questo episodio per farti entrare un po’ in quello che è il mio modo di vivere il teatro e l’arte. Continueremo la prossima settimana.

    In questa ottica mi permetto di ricordarti ancora una volta lo stage del 17 settembre “Indosso me stessa” che ha dei punti in comune non indifferenti con il mio racconto di oggi. Se vuoi informazioni basta scrivere all’indirizzo indossomestessa@gmail.com

  • Vieni a studiare con me!

  • Io indosso me stessa

    e tu cosa indossi ogni giorno? Il tuo corpo parla di te o ti nasconde?come senti il tuo corpo? come un meraviglioso abito che ti calza a pennello o come un vestito brutto e stretto, che ti fa sentire impacciata e di cui non vedi l’ora di liberarti? Questa può essere per te un’occasione per provare a vivere, almeno per un giorno, il tuo corpo come un abito che, quando lo indossi, ti fa sentire libera di essere davvero te stessa.

    Voglio inaugurare la nostra newsletter parlando di un evento molto speciale e a cui tengo particolarmente.

    Da tempo attraverso i laboratori di gruppo e i percorsi individuali che condivido con voi ho voluto portare l’attenzione sull’importanza dell’essere autentici. Cosa non scontata, soprattutto quando abbiamo a che fare con modalità espressive legate al mondo dell’arte dove tutto rischia di diventare “solo” una performance. Sia nel lavoro vocale, sia nel lavoro corporeo come molti di voi ben sanno, io insisto molto sull’importanza di togliere: togliere tutto quello che ci siamo inconsapevolmente cuciti addosso negli anni e che ci impedisce di esprimerci autenticamente. Prima di muovere anche un solo passo, o di emettere un solo suono ci siamo mai chiesti : è davvero questo il mio modo di camminare? E’ davvero questa la mia voce?

    O meglio: il mio modo/i miei modi, la mia voce/le mie voci, quello che sono/quello che scelgo di essere/quello che non scelgo e che mi ingabbia.

    Nel corpo ci sono tutte le risposte ma per scoprirle ci vuole un buono specchio dove guardarsi: ecco il ruolo che Serena ed io avremo in questo laboratorio che sto per proporvi.

    E ancora: una volta constatato che vogliamo trovare una strada di espressione autentica, da che parte cominciamo? E’ come quando abbiamo iniziato a parlare. Abbiamo prima ascoltato, abbiamo emesso i primi suoni e al momento giusto ci siamo comprati un buon dizionario che ci potesse arricchire di tutte le parole che ancora non conoscevamo: e questo è l’altro ruolo che avremo Serena ed io. Cercheremo di trovare le parole che ancora non possediamo e che possano dare il nome giusto ai nostri bisogni sia nelle emozioni, sia nei pensieri, sia nei gesti, ovvero le parole con cui si esprime il nostro corpo.

    Come? Attraverso un laboratorio al femminile (salutiamo tutti gli uomini presenti e li aspettiamo alla prossima tappa) che si svolgerà nel corso di una intera giornata, dove attraverso le pratiche corporee provenienti dal teatro (che porterò io) e la creatività della dottoressa Serena Vimercati, psicologa e psicoterapeuta, proveremo a lasciare andare le nostre insicurezze per darci il permesso di indossare noi stesse...almeno per un giorno!

    Attenzione! Non si tratta di un lavoro terapeutico ma di uno stage artistico.

    Dove? Verremo ospitate da Casa Don Guanella a Lecco. La giornata si terrà domenica 17 settembre dalle 10,00 alle 18,00. IL costo del laboratorio è di 80 euro. Se ti iscriverai insieme ad un’amica, per entrambe il costo sarà di 70 euro a testa.

    Se hai ulteriori dubbi e curiosità sul programma puoi guardare la nostra diretta Facebook di oggi. Ecco qui il link:

    oppure scriverci a indossomestessa@gmail.com dove puoi anche chiedere di compilare il modulo per l’iscrizione

    Per poter lavorare al meglio abbiamo fissato un numero massimo di partecipanti! Quindi pensaci ma non troppo a lungo! A presto.

    Prima di uscire guardati allo specchio e levati qualcosa” (Coco Chanel)